A.06 | Complesse e incompiute. Tuttavia feconde. Un contributo per iQuaderni di UrbanisticaTre

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novembre – dicembre 2015

Partecipazione al numero 8 (gennaio-marzo 2016) de iQuaderni di UrbanisticaTre intitolato Coscienza urbana. L’evidenza di una mancanza, a cura di GU | Generazione Urbana.
Testo di: Diego Segatto, Fabrizio Latrofa, Andrea Mochi Sismondi.
Immagine di copertina: Art and life geography, artway of thinking, Venezia, 2015 (ph: Nicoletta Boraso)


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Urban Think Tank, The Empower Shack Project, 2014, still da video (https://youtu.be/ae07hDBSOdc)

Processi di trasformazione micropolitica si sono da tempo incuneati con crescente autorevolezza tra modelli spaziali, tecnici e imprenditoriali di amministrazioni pubbliche e altri attori abilitati alla governance del territorio. La configurazione dei luoghi, più che un “affare per soli specialisti”, connota e dischiude la sua pertinenza con le pratiche quotidiane. Come scrivono Zamperini e Menegatto (2011), “i luoghi hanno forza, e tramite una geografia dell’inclusione e dell’esclusione esprimono valutazioni, impongono attività, tratteggiano identità.”

Paradigmi come smart city, città collaborative, sviluppo sostenibile o social innovation, se declinati prevalentemente su rendite finanziarie legate agli interessi di immobiliari e di corporazioni operative nel mercato ICT (Sassen 2012) o sulla costruzione di arene del consenso come driver delle economie e delle politiche urbane, trascurano le reali necessità di chi la città la abita, la fa o vorrebbe contribuire a farla, producendo spesso processi manipolativi e privatizzando lo spazio pubblico (Garret 2015). Tra gli sforzi plurali di praticare cornici normative sensate1, il tecnicismo dell’urbanistica pretende ancora, ancella di un dominante èthos politico su scala locale e globale, di addomesticare la realtà a una visione riduttiva, commisurata al pensiero antropocentrico e qualitativamente mediocre: erodendo il comfort urbano (Georgiadis 2015) e gli spazi del confronto e dell’aggregazione (cfr. il concetto di urbanicidio in La Cecla 2014), lasciando strada a una pervasiva mansuetudine (Zamperini 2007) che inibisce la reattività ai cambiamenti, alla cooperazione, alla ricerca del bello.

Il cosiddetto informale (cfr. McGuirk 2014, Urban-Think Tank 2012, Petti Hilal & Weizman 2013) dischiude proposte di coesioni spontanee, competenze atipiche di forme d’arte socialmente implicate e progettualità trans-disciplinari (Checola 2014), articolate manifestazioni del common (immanente al pubblico e al privato) e talvolta l’illegale (Bey) come possibili rappresentazioni di city-making: anche dove la città “è più dolente” o appare desensibilizzata, non esistono solo recipienti di disagio o apatia ma soggetti e spazi politicamente attivi, opportunità rigenerative, cognitive e progettuali senza essere low-fistart-up. Spazi concepiti spesso come rifugio di marginalità che se non articolano nel tempo la forza di una proposta facendosi luogo di invenzione politica, metodologica, espressiva o economica2, ripiegano in un isolato o esplosivo malessere: in tempo di sgomberi abitativi, culturali, professionali e rappresentativi, come ri-occupare questa mancanza?

Le energie da liberare, riconoscere, sostenere e valorizzare ricompongono fratture di senso occupandosi di questioni che premono con crescente regolarità ed estensione. Nel mainstream ne sono esempio la nomina di Alejandro Aravena a direttore della Biennale di Architettura di Venezia 2016 e l’attenzione all’ETH di Zurigo per il lavoro di Urban-Think Tank, progettisti dall’impronta processuale, sociale e fortemente politica più che formale. Pratiche consolidate nei processi di co-creazione, investigazione e community building da gruppi come Artway of Thinking, Ala Plastica e Platoniq. O in continua emersione dalle premialità del bando cheFare, del Prince Claus Fund e del Visible Award.

La proposta di Re:Habitat3 per attivare pensieri e progetti con la città di Bologna si è evoluta da una fase organica di intervento collettivo a micro-azioni, oggi in uno stato più “vaporoso”. Qui le esperienze di alcuni partecipanti in collaborazione con altri soggetti operanti nella sfera pubblica, del common e della pedagogia radicale, accomunati da percorsi di ridefinizione teorica e pratica che attivano prassi attraversando informale, istituzionale e imprenditoria. Un’insistente costruzione di ponti tra cospiratori e pianificatori4 che moltiplica opportunità di conoscenza e competenze, imparando facendo insieme e coltivando occasioni di confronto transdisciplinare.

Escursione collettiva nel Wadi al-Qult , Diego Segatto per Campus in Camps, 2012
Escursione collettiva nel Wadi al-Qult, Campus in Camps, foto di Diego Segatto, 2012

Campus in Camps5 è un programma educativo sperimentale attivato in Palestina che articola con i partecipanti, provenienti dai campi profughi della West Bank, discussioni e iniziative attorno a questioni prevalentemente legate allo spazio. Qui, più che altrove, urbanistica e architettura sono sperimentate e usate come strumenti di feroce occupazione e dominio (Weizman 2007): abilitare le persone a leggerne codici e dinamiche interferendo criticamente significa già comporre esperienze di decolonizzazione, ridefinendo il sistema relazionale degli spazi, anche narrandoli e rappresentandoli in nuove forme.

A settant’anni dall’insediamento, i campi profughi palestinesi non sono più tendopoli: presentano una dimensione fisica e relazionale completamente originale, emersa da urgenze e creatività degli abitanti. Nel perseguire il Diritto al Ritorno ai villaggi d’origine (sancito dalla Risoluzione ONU 194/1948) i profughi palestinesi non trascurano di migliorare le proprie condizioni di vita e di organizzare istituzioni per la collettività. “A Dheisheh, i profughi costruiscono non ‘invece che’ ma piuttosto ‘in modo che’ i campi provvedano a spazi politici dove le istanze abbiano espressione e le lotte politiche siano perseguite. È in questo modo che si sviluppa e ri-articola continuamente l’autopoiesi dello status di rifugiato, in una forma che ne mantiene il carattere d’avanguardia.” (Petti, Hilal & Weizman 2013)

Visto come programma educativo e pratica community-based, Campus in Camps è un’eterotopia che ambisce a trasgredire, senza eliminare, la distinzione tra campo e città, rifugiato e cittadino, centro e periferia, teoria e pratica, insegnante e studente. Un cortocircuito tra visione politica e contesto per l’apprendimento collettivo che stabilisce la prima Università in un campo profughi, ridefinendo l’idea di eccellenza all’interno di un’eccezione politica senza normalizzarne la condizione né omologandola con il resto della città.

Pur originato da un formato accademico, il programma offre uno spazio di apprendimento dove la conoscenza emerge da un impegno reciproco che riformula continuamente la struttura del programma, incontrando interessi e argomenti emergenti nel gruppo. Questo spirito comunitario è sottolineato dalla parola araba con cui viene tradotto campus: Al-jame3ah significa letteralmente spazio pubblico o spazio assembleare. A questo ambiente di apprendimento auto-organizzato si è appena aggiunto un altro elemento fondante e interdipendente: un Consorzio formato assieme a Università locali e internazionali quali la Birzeit University (Birzeit), l’International art Academy (Ramallah), Dar El Kalima (Betlemme), la Goldsmiths University (Londra, UK), la Mardin University (Mardin, Turchia) e la Leuven University (Leuven, Belgio) che stanno già collaborando con corsi, seminari e laboratori, coinvolgendo i loro studenti e corpo docente.

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JIGSAW, Artifici Largà, 2012

Vivere nella città implica immergere i nostri corpi in un sistema di interpretazione del mondo che impone regole adatte alla riproduzione del capitale (AA.VV. 2014).
Tale sistema di interpretazione genera crisi strutturali e modelli che tentano di riformare il sistema superando periodicamente la crisi.
Intrappolati in tale loop viviamo oggi un grave ritardo accademico e disciplinare nell’analisi e produzione dei modelli urbani alternativi, giusti e sostenibili.
Consapevoli che il modello è soprattutto rappresentabilità, mappatura – cioè dispositivo di visibilità – abbiamo imparato a riconoscere il profondo scarto che al contempo separa ed intreccia i livelli ‘cartografico’ e reale (Deleuze 2007) e si confonde nella matassa di linee tracciate dai dispositivi di visibilità legati al sapere.

È dunque dalla consapevolezza del valore strategico dell’accesso alla ‘possibilità di cartografare’ che è nata l’idea di Ravenna Common Ground, un concept di progetto innescato da una ricerca sulle Parish maps, le mappe di comunità realizzate in Inghilterra a partire dalla metà degli anni ottanta che, valorizzando la vocazione di auto-rappresentazione propria degli abitanti, costituiscono uno strumento potentissimo per attivare un ribaltamento del modello di rappresentazione (AA.VV. 1996). Utilizzando un varco aperto da un esperimento di politica culturale dell’amministrazione locale della città di Ravenna6, il gruppo di lavoro Artifici Largà, associazione di artisti, architetti, esperti di paesaggio, ha proposto lo strumento di mappatura collettiva nel processo di policy che definisce le linee strategiche del piano per la Ravenna ‘smart’. Si è tentato cioè di inserire il tema della auto-rappresentazione della comunità locale quale strumento in grado di definire la reale domanda di innovazione delle persone, sostituendo ai protocolli standard costituiti dal binomio ICT-urbanistica, il formidabile potere desiderante innescato dalla partecipazione.

RCG disegna un processo integrato per realizzare una mappa di comunità fisica e digitale, una maquette della città aperta ai contributi degli abitanti (residenti, migranti) attraverso due ordini di medium: delle installazioni abitabili che costituiscono dei laboratori di mappatura a bassa soglia di ingresso e una piattaforma on-line che raccoglie il cosiddetto Big-data, attraverso i contributi soggettivi delle persone e dei flussi di dati forniti da una pelle di sensori site-specific realizzata da makers locali.
Attraverso un autoritratto ed una autobiografia dei luoghi è pertanto possibile stabilire dei modelli urbani mobili, inclusivi, che attivano azioni di riappropriazione e orizzonti di posizionamento collettivo realmente calati nei contesti in cui operano.

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Urban Spray Lexicon Project, produzione Ateliersi, foto di scena di Ilaria Scarpa, 2014

Nella Bologna che si avvia alle elezioni, la retorica della collaborazione promossa dall’Amministrazione e le iniziative di autogestione che prefigurano nuove visioni di città si contrappongono polarizzando i percorsi individuali e collettivi.

Se è vero che “il fattore veramente propulsivo e in grado di determinare processi di eguaglianza delle condizioni, è la diffusione delle conoscenze” (Piketty 2014) e che la creatività e il pensiero rivoluzionario sono necessari per trasformare le crisi in opportunità (Attali 2010), il recente sgombero del centro culturale Atlantide sottolinea l’esigenza di concentrare il dibattito sulla coprogettazione e sui centri di produzione artistica e culturale indipendenti intorno a tre consapevolezze:

1. l’assegnazione a privati di asset cittadini per iniziative di pubblico interesse, pur dovendosi basare su parametri oggettivi, non è mai avulsa da scelte discrezionali della politica, che non può celarsi dietro presunte priorità funzionali e che di quelle scelte deve rispondere ai cittadini elettori;
2. la sussidiarietà non è in nessun modo alternativa alla presa di parola sulle prospettive di sviluppo della città, pena la riduzione delle pratiche collaborative alla ripulitura dei muri dalle tag7;
3. esistono soggetti che hanno creato negli spazi pubblici attività così interconnesse con la propria identità, da rendere priva di senso la loro riduzione a mansionari da mettere periodicamente a bando8.

La sottovalutazione di questi tre fattori da parte dell’Amministrazione rischia di creare crisi istituzionali e fratture sociali, così come sta avvenendo a Bologna. È in questo contesto che si pone l’attività dell’Atelier Sì, spazio pubblico di sperimentazione e produzione artistica e culturale in cui il collettivo Ateliersi9 trasferisce le modalità tipiche della propria ricerca.
Atelier Sì è in uno spazio in convenzione con il Comune che quotidianamente si interfaccia con le tre inquietudini di cui sopra, coniugando l’affermazione della propria indipendenza artistica e culturale con l’apertura al tessuto artistico e culturale cittadino secondo una modalità basata sul concetto di connettività10. All’interno del paradigma che vede la proprietà cedere il passo all’accesso, la progettualità artistica – come una membrana permeabile, che costruisce forma anche accogliendo ciò che la attraversa – prevede la condivisione dei propri asset con progetti che già presentano un profilo di sostenibilità, così da permettere a più soggetti la “possibilità di intraprendere”(Rifkin 2014). Dai rapporti con le comunità rom alla creazione performativa sulle scritte murarie, la coscienza urbana è al centro del lavoro di Ateliersi, che sulla percezione della sua mancanza ha lanciato il programma Spaziotempo “per non smarrirsi in superficie adattandosi acriticamente al principio di prestazione”11.

Bibliografia

AA. VV. 2014, Treinta puntos para cuestionar el orden hegemónico, http://bit.ly/1HQPnbN
AA.VV. 1996, From place to PLACE – maps and Parish Maps, Edited by Sue Clifford and Angela King – Common Ground
Attali J. 2010, Sopravvivere alle crisi, Fazi, Roma
Bey H., The Temporary Autonomous Zone, http://bit.ly/1l0AglK
Checola G. 2014, La produzione artistica dei luoghi comuni, http://bit.ly/1NA9wPZ
Deleuze G. 2007, Che cos’è un dispositivo, Cronopio, Napoli
Garret B. L 2015, The privatisation of cities’ public spaces is escalating, http://bit.ly/1IVksew
Georgiadis T. 2015, Isola di calore urbana e progettazione del comfort, Rebus, Bologna
La Cecla F. 2014, Contro l’urbanistica, Einaudi, Torino
McGuirk J. 2014, Radical Cities, Verso Books, London – New York
Petti A., Hilal S. & Weizman E. 2013, Architecture after Revolution, Sternberg Press, Berlin
Piketty T. 2014, Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, Milano, p.45
Rifkin J. 2014, La società a costo marginale zero, Mondadori, Milano, p.30
Sassen S. 2012, Urbanising technology, http://bit.ly/1lrQwg4
Urban-Think Tank 2013, Torre David, Lars Müller Publishers, Zürich
Weizman E. 2007, Hollow Land: Israel’s Architecture of Occupation, Verso Books, London – New York
Zamperini A. & Menegatto M. 2011, Cittadinanza ferita e trauma psicopolitico, Liguori, Napoli
Zamperini A. 2007, L’indifferenza, Einaudi, Torino

ESITI / DOCUMENTI

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A.zione coordinata da: Diego Segatto
  1. per es. la Legge Quadro 328/2000 sul sistema integrato di interventi e servizi sociali, o il Regolamento dei Beni Comuni Urbani.
  2. Si veda il report sugli “Spazi tenaci” da un incontro dell’associazione La Boa (http://bit.ly/1Q9j45y).
  3. http://www.re-habitat.org/proposta
  4. Da un’espressione dell’urbanista Giovanni Laino.
  5. http://www.campusincamps.ps
  6. http://www.ravenna2019.eu
  7. cfr. elenco dei patti di collaborazione di Bologna: http://bit.ly/1j3ooOx
  8. si pensi ad esempio alle attività svolte dal Cassero lgbt Center di Bologna: http://www.cassero.it
  9. http://www.ateliersi.it
  10. cfr. il concept del programma 2014/2015: http://bit.ly/1kAfQjJ
  11. cfr. il concept del programma 2015/2016: http://bit.ly/1QGOjsT