S.01 | Odissea Dall'Ulisse di Joyce al Sè percepito: letture e ascolti che mettono in comune

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21 maggio 2014

La prima stagione di Re:Habitat si apre con un esercizio d’ascolto, in particolare di ascolto di parole. L’esercizio è dunque sulla lingua. Sulla scoperta della propria lingua. Sulla necessità di trovare la parole. Il tema è il sé, il sé nello spazio, il sé in relazione verbale con lo spazio che vive, occupa, conosce, la propria città. Trovare le parole per riconoscere e descrivere il sé nello spazio.


LUOGHI

COME FUNZIONA

La stagione si è articolata in due momenti, uno funzionale all’altro.
Il primo è stato un momento di lettura condivisa dell’Ulisse di James Joyce nella sua traduzione italiana di Gianni Celati, autore dalla scrittura popolare e diretta, oltre che traduttore, cresciuto nella pianura padana del ferrarese e ora trasferitosi in Inghilterra, uno che con la lingua ha molto a che fare.
Il secondo era un invito rivolto a ognuno a prendersi il tempo per immaginarsi in uno spazio preciso a Bologna e per descriverlo agli altri.
Insieme hanno costituito un momento di ricerca e conoscenza su di noi. L’intento, certo non esaurito, era forse la costruzione di un archivio di immagini comuni, giunte dall’ascolto, della passeggiata di Mr. Bloom e di quella immaginata da ognuno.
Insieme, anche il desiderio di regalarsi un momento di piacere, di dono, di intimità come da molto non ci capitava.

Il reading è iniziato dall’Introduzione di Celati ed è proseguita per oltre due ore, mentre contemporaneamente a turno ognuno si è recato in una stanza appartata, prendendosi un momento di concentrazione e svuotamento dal testo joyciano, per considerare due semplici domande cui era chiesto di rispondere a voce registrandosi su un apparecchio apposito.

Le domande:


Qual è un luogo a Bologna che ti attrae per amore o per odio perchè rimane per te un luogo non ancora esaurito?
Chi ci porteresti?

COS’È SUCCESSO

Il processo ha generato uno stato di sospensione dalla realtà che ognuno di noi stava vivendo un minuto prima di immergersi nell’esperienza. Una cosa che non siamo abituati a fare e che era, in quell’occasione del tutto inaspettata: tirare il freno a mano e fermarsi ad ascoltare. Riempirsi e svuotarsi al tempo stesso, come un respiro, ascoltare l’altro e ascoltare se stesso. Una forma, se vogliamo, di meditazione. Dal rumore fuori da cui provenivamo al silenzio dentro in cui ci siamo immersi. Dal disordine del testo di Joyce all’ordine richiesto nel processo di descrizione.
Una pratica che Celati non avrebbe condiviso, ma che a noi serviva proprio per fare esercizio di messa a fuoco. Trovare un luogo, quel luogo e trovare il modo di comunicarlo con il più semplice degli elementi a disposizione, la propria voce e la possibilità della lingua, di usarla per il racconto, la descrizione, il canto, la recitazione…per mettere a punto cosa si ha da dire.

Celati comunque ci serviva, per la pratica della semplificazione, per l’intervento di riduzione e sonorizzazione che fa sulla lingua, ancora di più a contatto con quella lingua, quella del flusso dell’Ulisse.

Sara, via Massimo D’Azeglio: “una sala, durante una festa, dove un invitato prezioso è appena uscito. Lui non c’è più, ma ne percepisco l’impronta lasciata nell’aria e tra le persone rimaste. Porterei chi si è perso cercandolo.”

Gaspare, via Enrico Berlinguer: “un luogo dove raccogliere i sogni e costruire una famiglia.”

Andrea, Galleria II Agosto 1980: “luogo centrifugo che spinge i passanti contro i muri; non lo si attraversa, lo si tange, di corsa. Ci porterei DFW, per godere insieme del manifestarsi delle indoli umane.”

Diego, Virgolone_Pilastro: “ci porterei il gruppo Re:Habitat, una realtà aperta e amata come questo luogo in cui ho co-abitato per 5 anni.”

Dice Fiò che i luoghi dove si desidera stare sono quelli non esauriti, quelli nei quali la possibilità del tuo movimento incontra un movimento in atto nella città, poi dice che è una questione di forme, che l’attenzione si concentra dove lo spigolo incontra ciò che è tondo, e che tutto questo provoca una forma di nostalgia, la sensazione di provenire da un mondo non contemporaneo, da un tempo mitico diverso dall’ora, se dai a una donna o a un uomo un ricevitore ti darà se stesso, dice Ale che quando attraversa quel prato in cui è stata concepita rivede sua mamma e suo padre come giovani spensierati che si accoppiano e in quel luogo riesce a non pensare, così come a pensare forte se c’è bisogno, è proprio lì che va a risolvere i conflitti, andarci adesso, andarci a letto, poi c’è l’immagine di sua nonna, in questo momento della sua vita, Andrea dice che c’è una certa attrazione nel disagio che prova nei luoghi che repellono, nella débâcle urbanistica, ci puzza lì dentro, e a cosa allude questa puzza non è mica chiaro, Roberto lo sa che lì ci sono le case dell’INAIL, al primo piano gli uffici, al secondo le abitazioni, a quelli lì gli appartamenti gliel’ha dati l’INAIL ma poi se li sono rivenduti, c’è una vista spaziale, sembra un ring, una vasca vuota, forse adesso alcuni li mettono all’asta, per Sara in Via d’Azeglio c’è rimasto un certo profumo che è come se fosse un patrimonio collettivo, via Petroni invece la spaventa, non ci porterebbe proprio nessuno, perché poi c’è quella storia del nonno e della guerra, che un giorno o l’altro ad Amelia gliela racconta, Gaspare sogna un cubo di vetro e con i suoi deve decidere dove andare, c’è una famiglia in mezzo a quella scatola trasparente, forse c’entra quella casupola in San Vitale in mezzo ai palazzoni, da fuori è chiaro ma come ci si sente dentro no, però quel cubo ha sostituito il sogno della casa in cui viveva, è un fatto, ognuno c’ha i suoi mostri, il suo era Luca, poi si diventa adulti, c’è una luce nei sogni di Giusy, è in casa con la sorella prima che le dicesse di essere incinta, nanà nanà ricorda Elisa, e la richiesta di un piccolo massaggio, prima della piazza con la vacca e la motocicletta, che poi in India non ci sono mica piazze, ma strade tutte rotte, sostare e so stare, il Pilastro di Diego è un irrisolto.

Ulisse riconosce, si sente a casa, lo specchio provoca una certa reazione che si trasmette, potrebbe egli stesso essere al suo posto, l’esterno evidenzia ciò che credeva nascosto, gli arriva addosso qualcosa di lui, si ritrova, non ti avevo riconosciuto glielo dicono spesso, quel tratto che lo definisce per quello che è, guarda che cosa hai combinato, da una parte il riconoscimento dall’altra l’ignoto, in quel momento glorioso in cui non sa dove sta andando, quando gli danno una definizione in cui non si ritrova lui aggiunge, essere riconosciuto è subire una definizione, essere visto è solo essere visto, guardato, cambia se stesso mentre il mondo lo cambia, è quella cosa lì, si camuffa per non farsi riconoscere, nell’arte il riconoscimento genera immobilismo, i piedi toccano il suolo della comunità, sono talmente tanti, un vociare, una densità umana, urbana, un mutuo riconoscimento, quando va a correre accanto a sé scorre tutto il resto, è legittimato dalla sua comunità, sa cosa fare, si svuota, studia i movimenti e impara, un angolo dove infilarsi nel retro, sposta le azioni degli organi, diventa sguardo, è una qualità mai conflittuale, erotica, si riconosce nel suo sangue, si riconosce nei bambini, lo riconoscono i bambini.”

S.tagione coordinata da: Elisa Del Prete